Ci sono artisti che si nascondono dietro la teoria e altri che, semplicemente, ti consegnano la propria vita senza filtri. Ho incontrato Moira Ricci (1977) durante un corso presso l’Hangar Bicocca di Milano e l’impressione è stata immediata: la sensazione rara di trovarsi davanti a una persona autentica. Una di quelle artiste che non hanno bisogno di costruire un personaggio, che si espongono in modo diretto, abitando i propri difetti e le proprie fragilità. La sua è una ricerca costante, che trasforma l’autobiografia in uno specchio collettivo.
Ho pensato da subito che il modo migliore per comprendere il suo mondo fosse lasciare che fosse lei stessa a raccontarlo. Da questa convinzione nasce l’intervista che segue.
Moira Ricci,A Lidiput, 2003 @Moira Ricci @Laveronica Arte Contemporanea
Elena: Ciao Moira, benvenuta. Se dovessi fare un ritratto di te stessa, non solo come artista ma come persona, come ti descriveresti in pochissime parole?
Moira: Ciao Elena, grazie! Penso di essere una persona intuitiva, sensibile e diretta. Lavoro con parecchia energia quando qualcosa mi coinvolge davvero, anche se a volte la mia impulsività può rendermi meno diplomatica. Sono empatica e coraggiosa, a volte in modo istintivo, e cerco sempre nuove forme di libertà e di crescita. Vivo nelle mie contraddizioni, che considero parte del mio modo di essere.
Moira Ricci Dove il cielo è più vicino (Contadini #4), 2017@Moira Ricci @Laveronica Arte Contemporanea
E. I tuoi lavori sono profondamente intrecciati alla tua vita, alla tua famiglia e alle tue radici. Ogni progetto nasce più da un’esigenza privata, scavare in te stessa o superare un momento critico ad esempio, o c’è fin dall’inizio la volontà di dire qualcosa al mondo?
M. Dipende sempre dal progetto. Forse nei miei lavori giovanili c’era di più un’esigenza privata, un bisogno di scavare in me stessa e di elaborare un momento critico, soprattutto nell’esperienza della perdita di qualcosa che non sarà più. Adesso invece mi capita un po’ meno per via della committenza.
Moira Ricci, Da buio a buio (bambina cinghiale con il cane, 1944, foto trovata nella bottega del fotografo di Magliano in Toscana), 2009 @Moira Ricci @Laveronica Arte Contemporanea
Moira Ricci, Da buio a buio (lupo mannaro, foto tessera d’identità), 2009 @Moira Ricci @Laveronica Arte Contemporanea
Moira Ricci, Da buio a buio (foto dell’uomo sasso trovata a casa di zio Luigino nel 1982) 2009 @Moira Ricci @Laveronica Arte Contemporanea
E. Parliamo di Da buio a buio(2009). È un lavoro affascinante, in bilico tra i racconti fantastici della tradizione popolare e la volontà di renderli reali attraverso una ricerca minuziosa. Immagini, e storie, che sembrano in tutto e per tutto vere ma non lo sono. Hai creato delle “verità ” fotografiche ben prima dell’avvento dell’AI. Come è nato questo progetto e cosa volevi portare alla luce?
M. Da Buio A Buio è nato dall’esigenza di capire se fossero reali le storie che mi raccontava mia madre quando ero piccola. Dopo che ho fatto le indagini e le ricerche tra le persone che conoscevano le stesse storie e nelle zone dove sono successe, ho voluto raccontarle come erano rimaste nella mia memoria.
Moira Ricci, Da buio a buio (I gemelli, Lastra a raggi x, data incerta, foto proveniente dall’ archivio del signor Quinto Perugini), 2009 @Moira Ricci
E. Roland Barthes, ne La camera chiara, scriveva che la fotografia ha un legame indissolubile con la morte, poiché fissa un momento che è già passato. Nei tuoi lavori la morte ritorna spesso, ma senza angoscia, quasi come un tentativo di continuare a condividere lo spazio con chi non c’è più, quasi a rendere quel “passato meno passato”. Ti ritrovi in questa visione?
M. Si, mi ci ritrovo.
Moira Ricci, 20.12.53-10.08.04 (comunione di Doriano), 2004-2014 @Moira Ricci @Laveronica Arte Contemporanea
Moira Ricci, 20.12.53-10.08.04 (mamma a Bologna), 2004-2014 @Moira Ricci @Laveronica Arte Contemporanea
E. Su questo tema è impossibile non citare 20.12.53 – 10.08.04, il progetto che ti ha fatta conoscere al grande pubblico, nato dopo la perdita improvvisa di tua mamma. È un’opera immensa e dolorosa, in cui ti sei digitalmente inserita nelle foto d’archivio che la ritraevano. Ci racconti la genesi di questo lavoro e come hai vissuto, emotivamente e tecnicamente, questo “viaggio nel tempo”? Come può la fotografia restituire presenza a ciò che il tempo ci ha sottratto?
M. Questo lavoro è nato proprio quando non potevo credere che mia mamma non ci fosse più nella mia vita, avevo bisogno di tornare indietro nel tempo e mi sembrava che solo nelle fotografie che le avevano fatto fosse ancora viva. Quindi fin da subito ho sentito il bisogno di poter entrare in quei ritagli di carta come se potessi entrare in quel tempo lì della fotografia, così per poterla avvertire di quello che le sarebbe poi successo nel nostro futuro, all’inizio ho persino pensato che tramite la forza del mio pensiero potevo andare dentro invitarla ad uscire da quel ritaglio di carta e riportarla con me nel presente, ma con il tempo realizzavo sempre di più che questo non poteva succedere. Quindi con rassegnazione mi sono messa lì vicino e con lo sguardo rivolto verso lei, per rimanerci per sempre.
Moira Ricci, 20.12.53-10.08.04 (mamma e babbo al ristorante), 2004-2014 @Moira Ricci @Laveronica Arte Contemporanea
E. Alla luce di questa esperienza, credi che la fotografia possa avere una funzione terapeutica, o il filtro della macchina fotografica amplifica, anche solo in un primo momento, il dolore?
M. Penso che non solo la fotografia possa avere una funzione terapeutica, ma che tutti gli strumenti e i mezzi, di qualsiasi tipo, possano diventare un modo per elaborare, trasformare e restituire ciò che viviamo.
E. Oggi moltissimi artisti lavorano sul concetto di Archivio. Tu che hai ragionato molto su questo, cosa consiglieresti a un fotografo che vuole iniziare a esplorare questa strada? Con quali “archivi” dovrebbero relazionarsi i ragazzi di oggi, nell’era del digitale e dell’effimero?
M. Penso che sia normale, in questi tempi, lavorare sull’archivio: anche questo è un mezzo, visto che siamo in un mondo d’immagini. Non credo di poter consigliare quale archivio usare, perché dipende dal concetto su cui si vuole lavorare e da cui si decide di partire.
Moira Ricci, Dove il cielo è più vicino, foto all’installazione, 2014, @Moira Ricci @ culturale Dello Scompiglio
Moira Ricci, Dove il cielo è più vicino (Poderi #4), 2014 @Moira Ricci @Associazione culturale Dello Scompiglio
Moira Ricci, Dove il cielo è più vicino (Poderi #5), 2014 @Moira Ricci @Associazione culturale Dello Scompiglio
E. Un altro grande pilastro della tua ricerca è la fine della cultura contadina. In una parte che mi piace moltissimo di Dove il cielo è più vicino (2014-2023), i poderi abbandonati appaiono come fortezze inaccessibili, prive di porte e finestre. Cosa si nasconde dietro la maestosità di queste immagini? Vedi, in quel paesaggio ferito, una possibilità di metamorfosi positiva?
M. La fine di un certo tipo di cultura contadina non è solo la scomparsa di un modo di lavorare la terra: è la scomparsa di un sistema di relazioni, di gesti, di ritmi che tenevano insieme le persone e il paesaggio. I Poderi (2014) di Dove il cielo è più vicino sono architetture che hanno perso la loro funzione: non contengono più le famiglie numerose di contadini che hanno reso la terra paludosa della Maremma una terra fertile. Oggi sono quasi tutti comprati da piccole famiglie che scappano dalle città e che non hanno più una cultura della terra, oppure da chi li usa come case vacanza, o ancora da chi affitta i terreni per colture intensive, a multinazionali, o li lascia semplicemente incolti, fino a renderli infertili. Anche molti figli dei contadini, che sono tornati dopo gli studi, si sono adattati alle logiche europee, lavorando più con il turismo che con l’agricoltura, abbandonando quel rapporto diretto con la terra. Togliendo in post‑produzione porte e finestre ai ritratti di questi poderi, prendono subito un aspetto di tombe: diventano ciechi e muti. Ho scelto di scattare le fotografie nei giorni in cui c’era, o stava per arrivare, un temporale al tramonto, per enfatizzare una luce apocalittica. Se esiste una metamorfosi positiva, non è nel ritorno a ciò che era. Semmai è nella possibilità di immaginare un nuovo rapporto umano, più rispettoso, con la terra, il cielo e tutti gli elementi naturali.
Moira Ricci, Dove il cielo è più vicino (il diavolo mietitore), 2014, Video, color, Audio, 2‘27‘‘@Moira Ricci @/Laveronica Arte Contemporanea
E. Nel tuo percorso usi tantissimi media: fotografia, video, installazione, performance. Essendo questo un blog principalmente di fotografia, mi interessa capire come questo mezzo entra in relazione con gli altri: quando capisci che la sola immagine fissa non basta più e hai bisogno di altro?
M. Dipende da come si intende fotografia oggi. La fotografia pura non basta quando si vuole creare un’immagine che non esiste nella realtà.
Moira Ricci, Horti Sicci, 2021 @Moira Ricci @/Laveronica Arte Contemporanea
E. Un’ultima domanda per salutarci con leggerezza. Ci consiglieresti un libro, un film e un artista da approfondire quest’estate?
M. Libro: Realismo Capitalista Di Mark Fisher
Film: I Love Dick (Serie Di 8) Di Jill Soloway e a ltri Registi (Andrea Arnold, Kimberly Peirce, Shari Springer Berman & Robert Pulcini, Jim Frohn)
Artista: Ed Atkins
E. Grazie Moira, è stato davvero un piacere.
M. Grazie a te.
Per approfondire:
https://arte.sky.it/video/alfabetodelcontemporaneo-tempomoira-ricci-1058959
https://fotografia.cultura.gov.it/iccd/Agent/IT-ICCD-EACCPF-0001-017823
Intervista di Elena Barbaglio, 29/7/2026
Le fotografie sono state prese dal web e utilizzate esclusivamente a fini formativi.