Un mese fa è morto il fotografo statunitense Duane Michals (1932-2026), in tanti ne hanno parlato, ma io vorrei ricordarlo così.
“Quando guardi le mie fotografie, stai osservando i miei pensieri”, un giorno ha detto…e allora entriamoci, in questi pensieri.
Ho visto un video girato all’interno di casa sua: una selva di oggetti, libri, arte, natura e piccoli animali, in cui il fotografo si muoveva con ironia, trasformando sé stesso e le cose che lo circondavano. Ho pensato allora che la sua mente potesse essere come un bosco, forse lo stesso, non lontano da Pittsburgh, che frequentava da ragazzo e che non ha mai abbandonato. Un luogo di metamorfosi dove le cose non sono come sembrano, dove non si può rimanere in superficie. Nel bosco tutto cambia a seconda delle stagioni o dell’ora; ogni albero, radura o foglia racconta qualcosa, condividendo lo stesso spazio e lo stesso momento.

Duane Michals, Things Are Queer (Le cose sono strane), 1973 @Duane Michals
Entrando
L’ingresso nella foresta avviene lentamente. Man mano che ci addentriamo l’atmosfera si fa intima, ci si stacca dalla realtà e le distanze si confondono. Dettagli piccolissimi prendono il sopravvento: guardando la corteccia di un albero scopriamo strade, montagne, piccoli abitanti.
È come nella sua celebre serie Things Are Queer (1973), dove quello che sembra un semplice bagno si rivela un gioco di scatole cinesi visive, una struttura circolare che ci riporta infine al punto di partenza.
Non possiamo fidarci del primo sguardo: ad una visione più attenta l’inganno viene svelato, tutto si rivela sorprendente.

Duane Michals, The Spirit Leaves the Body (Lo spirito lascia il corpo), 1960 @ Duane Michals

Duane Michals, Grandpa goes to Heaven (Il nonno va in paradiso), 1989 @ Duane Michals
L’albero spezzato
Ad un certo punto incontriamo un tronco spezzato. Sarà stato il vento, un fulmine o l’azione invisibile dei parassiti? Poco importa: attraverso i cerchi concentrici della sezione vediamo chiaramente il tempo.
Il tempo è un tema caro a Michals, specialmente quando una vita si spezza e arriva la morte.
Come gli alberi nel libro Il Segreto del bosco vecchio di Dino Buzzati, forse anche qui dentro si nasconde uno spirito. Lo scorgiamo nella serie The Spirit Leaves the Body (1968) o nella dolcissima Grandpa Goes to Heaven (1989).
Michals mette in scena la morte, ma lo fa senza bare né lacrime.

Duane Michals, Chance Meeting (Incontro fortuito), del 1970@ Duane Michals
Il sentiero
Dove il bosco si fa fitto si delinea un sentiero, stretto come tra due mura cittadine. Lì sappiamo di poter fare un incontro, forse con uno sconosciuto: ci sarà uno scambio di sguardi, o forse no; avremo paura o sarà piacevole.
Funziona così in Chance Meeting (1970): si sfiora qualcuno, ma l’incrocio di sguardi arriva in ritardo. Il destino, dopotutto, non è fatto di possibilità e occasioni perdute?
Un fotogramma del film Perfect days di Wim Wenders (2023) in cui il protagonista osserva la luce che filtra tra gli alberi durante la pausa pranzo.

Duane Michals, Andy Warhol, 1958@ Duane Michals

Duane Michals, Magritte at his easel (Magritte al suo cavalletto), 1965. © Duane Michals
Komorebi
Questo termine giapponese, intraducibile in italiano, descrive la luminosità del sole che filtra tra gli alberi, creando giochi di luci e ombre, trasmettendo armonia e leggerezza. È la stessa luce che il protagonista di Perfect Days di Wim Wenders si ferma ogni giorno a contemplare e a fotografare, simbolo di pace e apprezzamento delle cose semplici. Michals amava la luce naturale. Anche i suoi ritratti non nascevano in studio con fondali e lampade, ma in spazi reali capaci di valorizzare ombre e geometrie, entrando in empatia con i soggetti per esprimerne l’intimità.

Duane Michals, Empty New York Series (Serie di New York vuota), 1964-1965. © Duane Michals

Eugène Atget, Place du Tertre, Montmartre, XVIIIe, 1922 © Paris Musées / Musée Carnavalet – Histoire de Paris
La radura
All’improvviso il bosco si dirada e si apre un prato. Il respiro si fa ampio, il pieno lascia spazio al vuoto, proprio come nelle città private della presenza umana.
«Ovunque sembrava esserci un palcoscenico», raccontava Michals. «Mi svegliavo presto la domenica mattina e vagavo per New York con la mia macchina fotografica, sbirciando nelle vetrine e nei vicoli ciechi, con un Atget divertito che mi guardava alle spalle».

Duane Michals, A Letter from My Father (lettera da mio padre), 1960 (immagine), 1975 (testo, aggiunto alla morte del padre) © Duane Michals

Duane Michals, There Are Things Here Not Seen in This Photograph (Ci sono cose che non si vedono in questa fotografia), 1997© Duane Michals
Le cortecce incise
Ci immergiamo nuovamente nella foresta, ma su alcune cortecce scorgiamo parole incise: reliquie di storie che possiamo solo intuire. La scrittura accompagna spesso le fotografie di Michals; le completa, attesta il suo pensiero e racconta ciò che l’immagine non mostra. Non sono didascalie, ma frasi poetiche ed intime, scritte a mano sulle stampe.
In A Letter from My Father scrive:
“Da che io ricordi, mio padre diceva sempre che mi avrebbe scritto una lettera molto speciale. Ma non diceva mai di cosa avrebbe parlato. Provavo a indovinare cosa avrei letto in quella lettera, quale mistero sarebbe stato finalmente svelato, quale intimità, quale segreto avremmo condiviso soltanto noi due.
Io lo so cosa volevo leggere in quella lettera. Volevo che mi dicesse dove aveva nascosto il suo affetto. Ma poi lui è morto, e la lettera non è mai arrivata. E io non ho mai trovato quel luogo in cui aveva nascosto il suo amore.”
È impossibile non restare colpiti dalla vulnerabilità di questo rapporto padre-figlio, che intercetta il desiderio universale di sentirsi amati.
Oppure in There Are Things Here Not Seen in This Photograph Michals elenca esplicitamente tutto ciò che esisteva in quel momento ma che l’inquadratura ha escluso o non poteva registrare:
“La mia camicia era bagnata di sudore.
La birra era buona, ma avevo ancora sete.
Un ubriaco parlava con un altro ubriaco di Nixon.
Osservavo uno scarafaggio camminare lentamente lungo il bordo di uno sgabello del bar.
Nel jukebox Glen Campbell ha iniziato a cantare “Southern Nights”.
Dovevo andare in bagno. Un senzatetto si dirigeva verso di me per chiedermi dei soldi.
Era tempo di andarsene.”
Le foto sanno ingannare.

Duane Michals, Self-portrait as unicorn (Autoritratto come unicorno), 2022 @ Duane Michals
Uscendo
È notte. Poco prima di lasciare il bosco incontriamo un unicorno… ah no, è Duane. Proprio lui che nella vita ha sempre sperimentato, facendoci entrare e uscire dai suoi pensieri. Ha trattato temi immensi come l’esistenza e la morte ma sempre con curiosità e ironia, senza lasciarci nell’angoscia di fronte all’incomprensibile. Ha lavorato in modo concettuale, mantenendo l’emozione e la capacità di affascinare.
«Sono molto curioso riguardo alla vita dopo la morte […]. Quindi ho sempre trattato questioni metafisiche».
Ora che hai soddisfatto la tua curiosità, Duane, chissà in quale modo meraviglioso ci racconteresti la tua nuova vita!

Duane Michals, At the end of time (Alla fine dei tempi), 2023 @Duane Michals
Per approfondire:
https://musemagazine.it/it/articles/duane-michals-it/
Articolo di Elena Barbaglio, 1/7/2026
Le fotografie sono state prese dal web e utilizzate esclusivamente a fini formativi.